Laura Veccia Vaglieri
(1893-1989)
 

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In testa al nutrito gruppo degli arabisti italiani ci sono oggi due donne, due veterane dei nostri studi, che ci serbano e tramandano l’eco di altre età, di altri grandi scienziati, vissuti e operanti in un clima assai diverso dal presente, quando l’interesse per il mondo arabo e per l’Islam potevano apparire una strana singolarità di pochi. Una di queste due anziane arabiste vogliamo qui ricordare, in coincidenza con un altro traguardo d’anni che sta per toccare (ci asteniamo per cavalleria da precisazioni ulteriori). Laura Veccia Vaglieri, con la sua coetanea e amica Virginia Vacca De Bosis, segui alla Sapienza nei primi decenni di questo secolo le lezioni di Celestino Schiaparelli, il solitario arabista discepolo di Amari, traduttore di Ibn Giubair e Ibn Hamdis; e si fece conoscere negli anni Venti con quella agile e brillante Apologia dell’Islamismo, che le valse fin d’allora in ambiente arabo-islamico una ben meritata simpatia.

Quel pregevole libretto, in verità, più che riflettere le personali idee dell’autrice (come era nell’intento di quella serie formigginiana) riassumeva con molto gabro (e lo riconosceva apertamente al suo inizio) le tesi del modernismo stesso musulmano, in primo luogo la Risalat at-tawhìd di Mohammed Abduh; ma quella innegabile simpatia della giovane arabista italiana per uomini e cose dell’Islam moderno si mantenne poi fedelmente, quasi una costante della sua lunga vita. In effetti, essa parve dapprima rivolgersi di preferenza all’Arabismo e all’Islama noi più vicino, con articoli e note di cronaca nella rivista Oriente Moderno, dedicati a zone e problemi <<caldi>> del mondo musulmano, cioè fin d’allora il problema palestinese e quello iracheno.

La figlia dell’archeologo triestino Dante Vaglieri mostrò cosi di buon’ora la sua solidarietà con l’irredentismo e il nazionalismo arabo.

Ma il suo interesse per la civiltà arabo-islamica nella sua interezza doveva affermarsi in altri importanti lavori. E qui va menzionata in prima linea la sua grammatica araba (Grammatica teorico-pratica della lingua araba, 2 voll., 1937-1961), con cui da oltre quarant’anni più generazioni di studiosi si sono iniziati alla lingua dal dad. Con questo fondamentale manuale teorico-pratico (di cui andrebbero solo ora rinnovati e rinfrescati gli esercizi), la Vaglieri affrancò gli italiani dalla dipendenza per l’apprendimento dell’arabo da grammatiche di stranieri (quella italiana di G. Gabrieli, del 1913, era rimasta limitata alla pura teoria, e le molte altre pullulate negli anni della guerra libica eran tutte di ben modesto valore), offrendo uno strumento ancor oggi valido per l’approccio allo studio sia dell’arabo classico sia di quello moderno. Gli si affianca l’ottimo manuale istituzionale Islam (1946), frutto dell’insegnamento della Vaglieri nell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ove ella fu dapprima incaricata di istituzioni e poi ordinaria di arabo negli anni fra il 1940 e il 63; e, risalendo dalla storia moderna a quella antica dell’Arabismo e dell’Islam, gli assai apprezzati studi sulle origini del kharigismo (Il conflitto Ali-Mu’awiya e la secessione kharigita riesaminati alla luce di fonti ribadite, 1952) e quello di affine argomento sul Nahg al-balagah e sul suo compilatore ash-Sharif ar-radi, 1958), che assicurarono a questa nostra studiosa una indiscussa competenza negli intricati problemi storico e letterari connessi alla figura e al califfato di Ali.

Salita alla cattedra napoletana, la Vaglieri vi dispiegò per oltre un ventennio un attivissimo e fecondo magistero, creando lì quasi dal nulla un centro di studi arabi tuttora fiorente, con attrezzature librarie adeguate e una corona di discepoli, alcuni assurti poi a loro volta alla cattedra. Loprovano fra l’altro i due volumi di scritti a lei offerti alla sua giubilazione nel 1964, ove si incontrarono provetti maestri e giovani colleghi e scolari, formatisi al suo insegnamento. In collaborazione con uno di essi, Roberto Rubinacci (oggi ordinario a Napoli di civiltà musulmana), la Vaglieri dava nel 1970 l’ultimo dei suoi maggiori lavori, la antologia ghazaliana (Scritti scelti di al-Ghazali, nella collana <<Classici delle religioni>> dell’Utet); preziosa presentazione, di sue testi, del pensiero religioso della Huggiat al-Islam, il grande filosofo teologo e mistico arabo dell’ XI secolo, pietra miliare della spiritualità musulmana nel Medioevo. Con questo libro si chiudeva il cerchio degli interessi e lavori della Vaglieri su tutto il cammino dell’Islam r dell’Arabismo delle origini del VII secolo al culmine medievale e ai problemi e le lotte dell’età nostra. Nell’arco di tredici secoli, questa evoluzione ancora oggi in corso ha trovato nell’opera di Laura Vaglieri una scientificamente solida e simpatizzante valutazione.

La lunga operosità di questa studiosa, come della Vacca De Bosis, congiunge abbiam detto le giovani generazioni odierne con quelle dei pocchi e grandi nostri maestri di un giorno, quali i due Guidi, Schiaparelli, Nallino, Gaetani. Quasi cursores, vitae lampada tradunt. Qualcuno poi, a mezza via fra quei tempi e nomi favolosi e l’irrequieto ribollire di interessi e passioni del presente, ha fatto in tempo ad apprezzare in lei non solo la dotta islamista, ma la scrittrice di gusto e di inventiva, provatasi anche nella ricostruzione narrativa del passato, in svaghi di fantasia sulla più splendida epoca del Califfato abbaside, l’età del mitico Harùn ar-Rashid. Il ricordo di quelle inedite pagine, che la sua confidenza mi permise anni fa di gustare, mi fa ora associare il saluto del collega alla nostra decana con l’apprezzamento per la donna geniale e di spirito, quale è stata Laura Veccia Vaglieri.

Articolo tratto dal libro di Francesco Gabrieli, Orientalisti del Novecento, Roma, Istituto per l'Oriente C.A. Nallino, 1993
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