Iraq, il caos appena cominciato
 
 
di Robert Fisk*
 
 
 
 
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Cosa accadrebbe se gli americani lasciassero subito l’Iraq? È la domanda più ripetuta sui mezzi di comunicazione negli Usa. Le risposte sono diverse, ma simili nella forma: guerra civile, caos, anarchia. Per questo non ce ne possiamo andare; dobbiamo proteggere il popolo iracheno. Quindi, se ne dovrebbe dedurre che il popolo iracheno non vuole che noi ce ne andiamo. Stiamo proteggendo gli iracheni da una guerra civile, almeno così si dice.

Il punto è che molti iracheni preferirebbero prendersi cura di loro stessi, senza il nostro aiuto.

I fatti sono semplici: il 30 giugno, “noi” trasferiremo la sovranità - una comodità delicata e illusoria - al popolo iracheno, che senza dubbio ci sarà profondamente grato per tanta generosità. Il palazzo di Baghdad usato dalla forza di occupazione diventerà l’ambasciata americana più grande al mondo, e il nostro “governo iracheno”, stabilito dall’alto e non eletto, diventerà un faro di libertà, di uguaglianza e di tutto ciò che più ci piacerebbe.

Ma adesso passiamo ai fatti. Come ha fatto notare Nathan Brown, professore di Scienze politiche e di Affari internazionali alla George Washington University, la cosiddetta Autorità provvisoria della coalizione - la forza di occupazione - ha emesso una serie di “ordini” che non possono essere modificati su argomenti molto significativi, come ad esempio per il sistema giudiziario. L’esercito iracheno sarà sottoposto al comando statunitense fino a quando non entrerà in vigore una costituzione definitiva; inoltre, il nuovo “governo” (ovviamente non eletto) non avrà poteri sui tribunali speciali che giudicano i membri del partito Baath.

Gli americani controllano le leggi per il funzionamento della banca centrale e delle aziende; le istituzioni di controllo della stampa e della televisione in Iraq sono state create dagli Stati Uniti - c’è anche una Commissione per la comunicazione e i media che sarà «l’unica responsabile per concedere le licenze e per regolare le telecomunicazioni e i mezzi di comunicazione in Iraq». Saranno molte le sacche di influenza americana a rimanere in Iraq. Grazie, Professor Brown.

Ho avuto idea di cosa questo possa significare la scorsa settimana. Sto lavorando a una storia che tratta della sorte di Saddam Hussein e che, Inshallah (se Dio lo concede) apparirà sul «The Independent» tra qualche giorno. La scorsa settimana ho chiamato la mia fonte in un Paese del Medio Oriente, e quando ho chiuso la comunicazione, la linea è rimasta aperta e il numero del mio telefono è passato a un numero di telefono inglese - chiaramente registrato sull’apparecchio - che, quando cercavo di richiamarlo, rispondeva con un messaggio: «numero inesistente». Il numero era 0044 (il prefisso della Gran Bretagna) 000920167. Quando ho chiesto all’ufficio del giornale di mettermi in collegamento con questo numero, non ci sono riusciti. Quando hanno tentato di chiamare il numero, dall’altro capo del filo si sentiva solo un unico suono regolare. Perché il Gchq (Government Communications Head Quarter, il Centro governativo britannico delle comunicazioni) è interessato alle mie telefonate? Benvenuti nel nuovo Iraq.

Gli Stati Uniti credono di aver trovato una risoluzione delle Nazioni Unite che li autorizzerebbe a mantenere i 110mila soldati statunitensi in Iraq. Paul Bremer, il proconsole statunitense, ha già rilasciato un ordine esecutivo specificando che le nuove forze armate irachene saranno sottoposte al comando del comandante americano in Iraq, il luogotenente generale Ricardo Sanchez, che guiderà le forze americane dopo il “trasferimento” del potere il 30 giugno. La risoluzione dell’Onu 1511, che ha concesso il mandato all’alleanza guidata dagli Stati Uniti - e di questa informazione devo ringraziare il mio collega John Burns del New York Times - può essere infatti usata per giustificare legalmente la presenza del comando militare statunitense, che potrà rimanere in carica fino al 31 dicembre del 2005.

Il governo ad interim servirà a raggiungere qualcosa di simile a un accordo «Sofa» (Status of Forces agreement, un accordo sullo status delle forze armate) che gli Stati Uniti hanno già stipulato in decine di nazioni in cui sono spiegate le forze americane. Quindi, quando la “sovranità” verrà trasferita al governo iracheno, il potere rimarrà nelle mani americane fino al «completamento del processo politico». In altre parole, l’Iraq rimarrà sotto l’occupazione angloamericana. I musulmani sunniti, che avranno un membro in una presidenza composta da tre persone, sostengono che è nell’interesse dell’Iraq che le truppe statunitensi combattano contro i nemici del Paese - o almeno contro la versione americana dei nemici iracheni e contro le rivolte. Ma in Iraq sono già preoccupati per tale questione. Una legge di Saddam del 1987 che impedisce ai dipendenti statali iracheni di formare dei sindacati rimarrà in vigore; la resistenza nel posto di lavoro - resistenza “politica” - sarà proibita; i leader sindacali potranno essere arrestati.

Gli iracheni normali - quelli che non lavorano nel palazzo di Bremer e che non sono interessati a certe questioni perché quello che vogliono è elettricità, petrolio, lavoro - hanno dimostrato poco interesse verso queste notizie: ma sbagliano.

Infatti il 30 giugno non ci sarà un “trasferimento” di poteri. Quello a cui assisteremo sarà un passaggio di una sovranità mistificata a iracheni pagati e appoggiati dagli americani, che faranno quello che Washington dirà loro di fare. Il favorito alla carica di ambasciatore americano in Iraq altri non è che Paul Wolfowitz, membro dell’Amministrazione americana e uno dei falchi che ha voluto la disastrosa invasione dell’Iraq.

Che cosa farà allora la “resistenza”? La guerriglia cercherà di rovesciare la nuova amministrazione del Paese, di attaccare le forze di polizia e il “nuovo” esercito iracheno. Non è difficile capire cosa hanno in mente gli americani: le truppe irachene presidiano già i posti di blocco insieme agli americani; condividono la guardia al palazzo di Bremer; indossano occhiali da sole e spesso - come a Sammara - mettono su dei posti di blocco che controllano portando cappucci neri che coprono il volto.

Sarà questa l’immagine del nuovo Iraq sovrano e indipendente. Si sta facendo di tutto per far uscire le truppe americane dalla linea di fuoco e spostarle in zone deserte - dove possono essere attaccate dal fuoco di mortaio, ma non saranno sottoposte a degli attacchi più strutturati; in fin dei conti, solo i “terroristi” potranno attaccare l'esercito del nuovo Iraq libero.

Ma qui nasce il problema: gli iracheni rispetteranno questo nuovo esercito, questa forza di polizia, questa nuova “sovranità”? Ne dubito. La popolazione del Paese vuole che venga messa fine alla mancanza di leggi, alle uccisioni e ai rapimenti che hanno segnato l’occupazione americana; ma vuole anche vivere in un Paese che non sia sottoposto al controllo degli Stati Uniti - e questo non sarà possibile.

Quindi il 30 giugno tirate fuori i giubbotti antiproiettile, nascondetevi e - se siete occidentali - state lontani dalle strade e pregate che gli iracheni assoldati dagli americani vi proteggano, insieme alle migliaia di mercenari stranieri che sono entrati nel Paese. Gli americani non sono stati molto bravi a proteggere i loro cari fino ad oggi - per non parlare dell'atrocità delle uccisioni, delle mutilazioni e delle impiccagioni pubbliche dei corpi nudi dei cittadini americani a Fallujah - quindi c’è da chiedersi quali siano le possibilità reali di successo dei loro servi iracheni.

Insomma: il 30 giugno, tutti con i giubbotti antiproiettile. E chiamate lo 000920167.

copyright The Independent

(traduzione di Sara Bani)

* Dall'Unità 7 aprile 2004

Articolo ripubblicato da Arab.it in data aprile 2004 

 

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