Aspetti dell’Islam marginale: i musulmani in Cina
Di Longo Pietro
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Introduzione: L’Islām centrale

L’Islām è la seconda religione monoteista più praticata al mondo. Storicamente si diffuse in un’area compresa fra il Marocco ad ovest e l’Indonesia ad est, passando ovviamente per il medioriente e la Cina. Ma l’Islām, nella sua “sunnah” ovvero l’ortodossia, non fu soltanto una religione, nel senso classico del termine. Si parla spesso, specialmente nel secolo corrente, di “integralismo e fondamentalismo” associandoli alla religione musulmana, che di conseguenza è rimasta vittima di fenomeni più “appariscenti” come quelli legati ai movimenti terroristi. La religione islamica è soprattutto una concezione globale della storia, cultura, etica e diritto di un solo popolo inizialmente, di tutto un impero già nel II secolo dell’ègira. Il preteso integralismo islamico è un concetto strettamente collegato a questa concezione globale, sopraccitata. La parola Islām, è un “masdar”(1) del verbo di IV forma, Aslama, derivato dalla radice sin, lam, mim. Il significato del termine è “sottomissione totale” a Dio. Già questo è bastevole per considerare la religione islamica come un “sistema” pervasivo: esso non è solo un sistema di atti di culto (come la religione Cristiana) ma un insieme di valori e norme etiche che, senza voler entrare nei meandri della Teologia, discendono dal principio primo (e uno fra i pochi dogmi) di detta religione, il principio dell’unicità di Dio. L’Islām è giunto sulla terra come una rivoluzione. Il modernista islamico aleppino ‘Abd al-Rahmān al-Kawakibi (1853-1902) ha parlato della sua religione come di una “rivoluzione per la liberazione dell’intelletto umano” e se troppo lungo sarebbe interpretare tale affermazione, è possibile dimostrare come la “discesa” del Corano sulla terra, ha dato un nuovo volto alle popolazioni del medio e vicino oriente. La rivoluzione-rivelazione coranica avviene nel VII secolo dell’era cristiana ad opera di un profeta, Muhammad, scelto dal cielo per le sue doti di integrità e virtù e usato da Dio come tramite per la propria manifestazione all’uomo. I musulmani non negano l’esistenza dei profeti precedenti rispetto al loro: quindi non negano la validità delle altre due religioni monoteistiche, Cristianesimo ed Ebraismo, ma le ritengono superate cronologicamente. La Shari’a islamica è, sotto questo punto di vista, un’abrogante delle rivelazioni precedenti che si vogliono “abrogate”(2). Senza perdere l’affermazione precedente, l’Islām ha rappresentato una rivoluzione, ha spazzato via dalla Qa’aba gli idoli ed ha professato l’unicità di Dio e la necessità dell’adorazione di un Dio unico. In effetti fra i musulmani non c’era a quei tempi accusa più grave di quella di “shirk” associazionismo, ovvero l’accusa di voler dare dei “compagni a Dio” ossia predicare un ritorno al politeismo. Mushrikun sono “gli associazionisti” coloro che associano degli altri idoli al Dio unico: la loro pena è la morte, e insieme ai Kuffar (miscredenti) essi sono i nemici peggiori della comunità. La religione islamica è stata una rivoluzione ideologica, di pensiero e certamente etica. Ha dato un nuovo volto alla comunità araba (il popolo su cui e disceso il Corano) e ha creato un embrione di stato, che proprio sull’Islām basava le sue fondamenta. Nel 632 dell’era cristiana il profeta dell’Islām morì, dopo aver assolto la sua funzione e dopo aver unificato tutta l’attuale penisola araba ed aver compiuto la sua égira (ossia migrazione) da Medina(3), alla Mecca, ultimo baluardo della resistenza pagana. Alla morte del profeta, si pose il problema della sua successione dal momento che non furono lasciate delle informazioni chiare su come dovesse essere strutturata la comunità alla morte del suo fondatore. Seguì dunque il ciclo dei quattro “Califfi ben diretti”, ossia Abu Bakr (632-634), ‘Umar (634-644), ‘Uthman (644-656) e ‘Ali (656-660), quest’ultimo cugino del profeta. Al termine di questo ciclo di “mawlā” (capi della comunità) o Imām, la comunità uscì fuori dalle sue regioni originarie per radicarsi già sotto il secondo dei califfi ben guidati nel Bilād al-sham, ossia quella zona comprendente gli attuali Libano, Siria e Palestina. La capitale del nuovo “regno” arabo-islamico viene fissata a Damasco. La prima casata a fondare una dinastia fu quella dei “banu ‘Umayya”, meglio noti come Omayyadi la cui reggenza del regno va dal 661 d.c. al 749 d.c. Ma la vera espansione geografica e l’epoca delle conquiste avviene principalmente sotto la dinastia degli Abbasidi (749-1258) fondata da Abu al-Abbas detto al-Saffah. Senza volere entrare nel merito delle successioni dinastiche, bisogna però sottolineare che grazie all’incoraggiamento dell’espansione geografica, promossa dai califfi di questa dinastia, la comunità islamica si preparò ad importanti cambiamenti. Durante l’apice del governo abbaside, l’età d’oro di Harun al-Rashid, il nuovo impero comprende tutta la fascia contigua, sopraccitata, che va dal Marocco ad ovest fino all’Indonesia ad est. È chiaro che la vastità di un tale impero, non più arabo ma solo islamico, raggiunse presto i limiti dell’ingovernabilità e fu ovviamente diviso in almeno tre califfati, quello di Baghdad (nuova capitale dell’impero) quello di Spagna e quello Fatimida d’Egitto(4). È questa la fase della storia musulmana in cui si verificano quelle commistioni che daranno vita al cosiddetto Islām marginale(5). L’interferenza etnica che avvenne in più parti dell’impero islamico lungo il suo espandersi, ha preso le mosse dall’incontro fra gli Arabi e i Berberi in Ifriqiyyah (ossia Africa del Nord) oppure dal contatto degli Arabi e gli Indiani in India, o ancora con i Turchi in Anatolia e Asia Minore e i Persiani nell’antica Persia. L’Islām che si è trovato di fronte a tali etnie, talvolta molto diverse le une dalle altre, ha avuto spesso manifestazioni particolari. Sostanzialmente la religione islamica dei gruppi Turchi, Arabi e Persiani è rimasta entro i canoni dell’Ortodossia, sebbene i Persiani abbiano aderito alla cosiddetta Shi’a, ossia “separazione” o “scisma”. Il loro Islām quindi non si definisce “marginale” quanto invece esso è “centrale”. L’Islām marginale allora è quel tipo di religione che non ha goduto dell’influenza di questi gruppi maggioritari. Ma certamente ciò non significa che l’Islām indonesiano o cinese sia eterodosso rispetto a quello arabo, turco o persiano. L’aspetto di marginalità non riguarda la maggiore o minore “originalità”, né implica una scala preferenziale. Il loro carattere marginale risulta dal sincretismo che spesso si è venuto a creare dalla commistione che i primi musulmani giunti nelle zone “marginali” dell’impero, ebbero con gli abitanti autoctoni (nel nostro esempio con i cinesi o gli indonesiani). Altri tipi di Islām marginale sono: quello sud-indiano, quello africano-orientale, quello di Malabar, dei regni costieri di Kilwa e dell’attuale Zanzibar etc. Per concludere bisogna citare per linee generali la storia del contatto dei musulmani con la Cina. Che i primissimi musulmani arabi, avessero una conoscenza chiara e precisa della Cina è testimoniato da un Hadīth, ossia un detto riferito al profeta. Secondo tale tradizione Muhammad così si sarebbe espresso: “‘Utlub al-‘Ilm wa law fi Sin” ovvero “Andate alla ricerca della conoscenza quand’anche fosse in Cina”. Se i musulmani si siano spinti fino a quelle zone così distanti, proprio sotto l’egida di questa frase non ci è dato saperlo. Ciò che sappiamo con sicurezza è che la strada musulmana per la Cina in realtà non è araba, ma mongola. Mentre gli arabi in medioriente erigevano il califfato Mamelucco in Egitto e nelle ex province dell’Impero abbaside, in Persia si rafforzavano gli Il-Khanidi (1256-1353) e nella Russi meridionale i Khan dell’orda d’oro (XII-XV sec). In questo quadro si posiziona il movimento dei mongoli. Il trauma provocato dall’arrivo di questa etnia è tale che per la prima volta si parla di un taglio netto fra il prima ed il dopo nella storia dell’Islām. La calata dei mongoli nell’altipiano iranico segnò una linea di demarcazione, aldilà della quale inizia una nuova era. Non disponiamo di molto materiale storico sulla discesa dei mongoli, ma almeno due figure sono fondamentali nella storia di questo popolo. Timur-i-lang meglio noto come Tamerlano il grande, tentò di ripercorrere le orme dei conquistatori del mondo. Turcofono e musulmano, Tamerlano si proclamò mongolo, benché non lo sia stato di stirpe. Egli partì dalla Transoxiana e dopo averla conquistata (1370) puntò verso Samarcanda, che divenne il suo centro d’attività. Da qui si spostò verso oriente e verso occidente fino a scontrarsi nell’attuale Turchia con il nascente impero Ottomano. Ma a fondare la fortuna dei mongoli, riuscì Chingiz Khan. Eletto a capo supremo nel 1206, iniziò una serie di campagne verso il Tibet e la Cina (1213) fino a raggiungere BeiJin (Pechino) nel 1215. Fra il 1219 ed il 1220 la Transoxiana viene conquistata e poco prima di morire (1227) Chingiz divise il regno ai suoi quattro figli: ad Ogedey spettò la Cina ed il titolo di “Grande Cane” (Gran Khan) come lo conobbe Marco Polo. Chaghatay ebbe l’Asia centrale fino al bacino del Tarim, Jochi, le regioni siberiane e alcuni Khanati russi e a Toluy la Mongolia. È un impero immenso dalla Crimea alla Cina, teoricamente stretta sotto la figura del Gran Khan. Il punto di partenza storico per ricollegare l’Islām alla Cina è questo canale “mongolo”. In realtà le fonti sono controverse, perché i mongoli si convertirono alla nuova religione in modo lento e progressivo, rimasero cioè a lungo legati allo sciamanesimo, e qual’ora si convertirono non scelsero automaticamente la religione dell’Islām.

 
 

L’Islām in Cina

Solitamente si ritiene che a causa del suo isolamento l’Islām cinese ha vissuto interminabili fasi di stagnazione, e per lo più sia mutato poco o per nulla durante i secoli. Senza entrare nel merito della questione, si deve sottolineare però che su un paese di oltre un miliardo di abitanti la religione islamica rappresenta oggi l’1,3% di quella popolazione, ed è presumibile che nei secoli antichi quella percentuale sia stata considerevolmente più bassa. L’Islām cinese allora è nettamente minoritario, rispetto alla cultura confuciana che è il cardine della Cina Han. Sembra quindi meritorio che tale religione abbia avuto la forza di resistere in un habitat tanto “ostile”. La civiltà cinese ha infatti la caratteristica di “devitalizzare” ed assorbire le culture cui entra in contatto(6). L’Islām ha mantenuto le sue specificità e la sua purezza originaria, anzi probabilmente più che in altre località non marginali, data la coesione che si deve essere creata fra i musulmani cinesi in funzione “anti-cinese”. Addirittura nella storia del pensiero filosofico cinese ci sono tracce di tentativi di commistione dei due sistemi, Musulmano e Confuciano. Nel XVIII sec. Liu Chin tentò di mescolare i due sistemi di pensiero e poi nel XIX Ma An-Li ipotizzò una connessione fra la storia islamica e la mitologia cinese. Egli affermò, restando tra l’altro quasi del tutto inascoltato, che Fuhsi, leggendario primo sovrano cinese, sarebbe disceso da Adamo, e sarebbe stato lui il promotore dell’Islām in Cina, da cui in un secondo momento si sarebbe originato il Confucianesimo. Non si hanno molti documenti sulle condizioni e le origini di questa religione in estremo oriente, almeno fino alle soglie della modernità, e quei pochi documento non sono ancora stati sfruttati chiaramente. Si sa ad esempio che l’Islām in Cina ha avuto forti momenti di coesione, ad esempio l’adozione del “rito” Hanafita, in materia di diritto, ma è noto anche che abbia avuto fasi di separazione totale fra i vari gruppi, tanto che in epoche più recenti, si parla di un insieme eterogeneo di dottrina mistica (sufismo), shi’a duodecimana ed elementi sunniti (ortodossi). La storia di questa religione diventa più chiara a partire dal XVIII sec. quando praticamente l’Islām in Cina si identifica con il 新教“Xin Jiao” (7) ossia “Nuovo Insegnamento”, noto anche come “Nuova Setta”. Gli autori che ci hanno tramandato notizia di questo gruppo ce lo rappresentano come una “mistura confusa e sospetta di settarismo mistico, millenarismo shi’ta e modernismo islamico”. La nascita del nuovo insegnamento si deve collegare probabilmente ad una reazione di opposizione al tardo periodo Ching, durante il quale i musulmani cinesi dovettero affrontare una vasta opera di sinizzazione culturale e diffusione del confucianesimo promossa intorno al decenno 1720-30. E’ anche naturale che i musulmani cinesi tentassero di trovare un modo di aggregazione dato che era loro vietato di fare parte di aggregazioni cinesi han. Così il nuovo insegnamento nacque all’ombra di opinioni nefaste da parte delle istituzioni, impaurite dal potere legante che esercitava l’Islām sulla comunità. D.G. Tozzi che si è ampiamente occupata dell’argomento non ritiene che il nuovo insegnamento sia da considerare un vero gruppo e movimento omogeneo. Probabilmente si trattò di sette, distinte fra loro, geograficamente e anche cronologicamente, confuse tanto dai musulmani che dai cinesi. Secondo le tradizioni più diffuse il Xin Jao, nacque ad opera di Ma Ming Xin, noto con il nome di Muhammad Emin, la sua opera di propaganda religiosa ha inizio nel 1760 ca. Avrebbe iniziato a diffondere il suo insegnamento nel Kansu e nel 1762 avrebbe fondato quest’ordine. Il suo culto era formato da canti ad alta voce, sulla scia del salmodiare arabo, del Corano, preghiere accompagnate da danze e volteggi come quelli dei “Dervisci roteanti”. Alcune fonti non si accordano neanche sull’identità del fondatore del movimento: secondo alcuni il vero fondatore sarebbe stato Liu I-chai da Nanchino. Pai Shou-i, studioso cinese contemporaneo, fa il nome di Erh-tse-tzu a proposito del quale si narra che abbia compiuto il pellegrinaggio alla Mecca. Il termine che i musulmani cinesi adoperarono per indicare il nuovo insegnamento sarebbe stato Che-he-lei-yeh, che foneticamente richiama ad un ordine mistico musulmano ortodosso molto noto in medioriente ed India, quello della Naqshbandiyyah. Da questa notazione si è ritenuto di poter concludere che il nuovo insegnamento cinese abbia potuto avere legami con tale setta e sono stati condotti studi sull’argomento per capire quale strada avrebbe potuto fare incrociare le due confessioni. Quasi sicuramente Ma Ming Xin si recò in Arabia, secondo alcune fonti nel 1760, secondo altre vent’anni dopo quella data. Nel 1783 il fondatore dell’ordine fu catturato e messo a morte. È importante quell’anno perché a partire da esso, ai cinesi venne proibito di aderire al nuovo insegnamento. Venne proibito il pellegrinaggio alla Mecca e furono chiuse, se non distrutte, diverse moschee. Fu proibita anche la conversione dei non musulmani all’Islām e l’adozione di bambini cinesi per i musulmani. La fase storica che chiude il 700 e apre il nuovo secolo è priva di notizie riguardanti il nuovo insegnamento cinese. Esso riappare nel 1860 con Ma Hua-lung. Egli operò prima nel Ning-xia, e sulle rive del fiume Giallo. I suoi missionari raggiunsero Pechino e Tietsin, lo Shansi fino allo Hu-pei, ed è curioso notare che questi legati venivano chiamati “ha-li-fie” probabile trascrizione dell’arabo Khalifa (califfo) o “man-la” dall’arabo e dal linguaggio shi’ita Mullah. Con questo nuovo leader il nuovo insegnamento assume delle modifiche importanti. Ma Hua-lung è sempre più un capo spirituale, politico e militare. Sembra incarnare la figura dall’Imam Mahdi delle sette shi’ite. Dai suoi seguaci era venerato come un profeta e alla sua morte venne eretto al rango di Sheng-jen, santo. La tradizione musulmana, anche quella più ortodossa, riconosce la pratica dei miracoli, anche se solo al profeta e per intercessione divina. Ma Hua-lung è artefice di ben altra roba: asserì di essere superiore ad ogni profeta, dichiarò di possedere il potere di redenzione per i musulmani e sostituì la direzione della qibla, la direzione della preghiera, rivolta alla mecca, con la direzione alla sua persona. Dopo la morte di questo secondo capo spirituale, si sviluppò una lotta di successione fra il genero di Ma Hua-lung ed il figlio. Prevalse Ma Ta-xi, il figlio di cui solo si sa che nel 1905 aveva 55 anni. Gli studiosi che si sono occupati di questa seconda fase del nuovo insegnamento, hanno indicato molte somiglianze con il gruppo sciita Ismailita, presente soprattutto nell’attuale Iran. In entrambe le dottrine l’Imam è al centro del sistema, è ispirato da Dio, infallibile e lui stesso divino. Inoltre la shi’a ismailita ha definito il suo credo con la “da’wa gadida” ossia “il nuovo appello” che ricorda non poco il nuovo insegnamento. Infine si può sottolineare che il nuovo insegnamento fu apertamente militane. Il concetto di gihad appare vivo in esso, anche se non chiaramente definito. Per concludere è necessario indicare per quali vie l’Islām è arrivato fino in Cina. Secondo la maggior parte degli studiosi, il canale principale fu l’India. È noto che studiosi indiani si recarono in Cina per istruire studenti musulmani. Altri citano l’Asia centrale ed il Turkestan. Altri ancora il Tibet e la Birmania. La presenza musulmana in Birmania è nota, quanto al Tibet essa vi fu introdotta nel XIV secolo dal Kashmir, infatti fino al XIX secolo i musulmani tibetani sono anche denominati “Kachee”. Quanto all’epoca storica in cui sarebbe penetrato l’Islām in Cina, le fonti sono scarse ed è possibile ricostruire solo a grandi tappe questo fenomeno. Si sa comunque che in epoca Tang (618-907 d.c.), la Cina fu molto aperta la contatto con altre religioni, e non è impossibile che proprio in questo periodo si sarebbe sviluppato un contatto con gli arabi lungo la “via della seta”. Alcune fonti concordano nel ritenere che la religione islamica sarebbe stata introdotta durante l’epoca Sui, ma ciononostante le prime notizie ufficiali risalgono alla dinastia precedente. Il califfo ‘Uthman, terzo califfo ben diretto, avrebbe inviato un ufficiale musulmano in Cina nel 650 d.c. Questo sarebbe arrivato alla capitale dei Tang, Chang’an, nel 651, dopo un anno di viaggio. L’ambasceria aveva come scopo quello di convincere l’imperatore ad abbracciare la nuova religione. Nonostante il fallimento di ciò, l’imperatore Tang concesse di fare proseliti in Cina e ordinò la costruzione delle prime moschee, al fine di dimostrare il suo rispetto di tale religione. Negli annali della dinastia Tang si trova la prima annotazione riguardo gli arabi. Lo scritto reca il nome di Da-shi, con cui sarebbe chiamato il messo arabo, ambasciatore di ‘Uthman. Si trova scritto anche che nel 758 giunse nel Guangzhou un grande insediamento di arabi. La comunità costruì una grande moschea distrutta dal fuoco nel 1314, e ricostruita nel 1349-51. Infine si sa che durante la dinastia Tang, un gruppo di arabi e persiani, mercanti probabilmente, giunsero in Cina sulla via della seta e attraverso il porto di Quanzhou. Non tutti erano musulmani ma molti di questi avrebbero formato le basi per la popolazione Hui. Gli arabi ed i persiani introdussero in Cina la loro cucina, degli strumenti musicali, la loro sapienza medica ed il gioco del polo.

L’Islām in Cina oggi

Solo ultimamente è stato possibile ottenere dati più esaurienti riguardo la presenza musulmana in Cina. Per tutto il secolo passato infatti i numeri ufficiali non venivano emessi dalla Repubblica Popolare Cinese, così che la percentuale di musulmani cinesi è sempre stata gonfiata. Il Rech, eminente studioso del fenomeno islamico in Cina, elencava numeri variabili che oscillavano da un minimo di dieci ad un massimo di cinquanta milioni di anime. Molto improbabile la seconda cifra, molto più attendibile la prima. Secondo fonti ufficiali(8) gli Hui, ovvero la maggiore etnia musulmana cinese, raggiungeva nel 1978 il valore di 6.490.000. Quando si parla di musulmani cinesi ci si riferisce ad un gruppo etnico molto esteso, comprendente oltre dieci etnie differenti, fra le cinquanta sei totali della Cina. Queste etnie sono sì accomunate dalla medesima religione, ma hanno lingua e cultura completamente differenti. I gruppi maggioritari nell’Islām cinese sono: gli Huigur dell’Asia centrale, gli Hui sparsi in tutta la Cina, Khazakh che abitano la regione autonoma del Sinkinag. A questi gruppi si riconosce lo status di minoranza, di conseguenza essi godono di più ampio margine di libertà ed autonomia. Questo status è riconosciuto anche agli Hui, ossia musulmani cinesi Han per lingua e cultura, ma che hanno acquisito usanze e costumi differenti. Attualmente esistono due regioni autonome in Cina a maggioranza musulmana: il Sinkinag-Uighur (istituito il 1 ottobre 1955) e il Ning-xia Hui (25 ottobre 1958). Se si può ritenere che i musulmani cinesi oggi godano di rilevanti diritti, c’è da osservare che non è sempre stato così nella storia, anche quella recente. Nel 1953 venne istituita la Associazione Islamica pancinese, che si occupava di organizzare il Hagg, pellegrinaggio alla Mecca, officiare il culto, preparare gli officianti. Con la rivoluzione culturale le attività dell’associazione cessarono, le moschee vennero chiuse ed alcune devastate dalle guardie rosse.  Dopo la caduta della “banda dei quattro” nel 1978 venne ripristinata la funzione dell’associazione, ed un primo pellegrinaggio alla Mecca si ebbe nel 1979, anche se limitato a sole dieci persone. L’attività di coordinamento di tale associazione ha ripreso la sua mansione gradualmente. Oggi si occupa anche della pubblicazione del Corano in lingua Cinese, ed in generale anche il governo cinese ha avviato una politica di salvaguardia delle minoranze religiose, in particolar modo quella musulmana. Del resto essa ha un’importanza anche strategica, dato che anche per il tramite di detta comunità la Cina può stabilire relazioni diplomatiche con la comunità musulmana mondiale e quindi con i paesi dell’Asia araba.

1 Semplicisticamente si dirà un infinito, ma i grammatici arabi preferiscono dire “nome verbale”, giacché esso nelle categorie grammaticali rientra nel nome e non nel verbo.
2 I concetti di abrogato e abrogante sono di estrema importanza per l’esegesi coranica.
3 La parola Medina deriva dall’arabo Madīnah, ossia città. Medina è quindi la città per antonomasia, fondata da Muhammad e prima capitale della nuova comunità islamica. L’antico nome di Medina era Yatrib. 
4 Questo califfato sarà la base di partenza per l’invasione araba della Sicilia nel 827 d.c. circa.
5 Il termine venne ideato e usato la prima volta da A.Bausani.
6 D.G. Tozzi, L’Islām in Cina, nascita della nuova setta, in Aspetti dell’Islām marginale, Roma, 1983.
7 Trascrivo i caratteri cinesi usando il sistema Pinyin.
8 Manuale del Popolo, in P Corradini, in Aspetti dell’Islām marginale, Roma, 1983.
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