Marocco: nel regno del re Sole del mondo arabo *


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Il Re del Marocco Mohammed VI

Il regno di Muhammad VI appare come una “monarchia illuminata”, oscurata però anche da vistose contraddizioni, ben vista nella comunità internazionale per gli sforzi nella lotta al terrorismo e impegnata a rafforzare le basi della propria economia.
(Alessio Fabbiano)

Tra aperture e contraddizioni

La monarchia di Muhammad VI è tra i regimi più stabili di un continente, quello africano, percorso continuamente da discontinuità politiche e incertezze governative. La solidità della struttura monarchica è dovuta ai seguenti fattori: la fermezza della mano del re nel governare, il varo di un complesso di riforme che hanno ammodernato il sistema sociale, aperture e concessioni alla società civile, performance economiche soddisfacenti e relazioni internazionali amichevoli con due pesi massimi della comunità internazionale come Stati Uniti e Unione Europea. Il crisma di un Marocco che cambia è stato individuato da molti osservatori nell’istituzione dell’Istanza di Equità e Riconciliazione (IER), creata sul modello delle commissioni di verità e riconciliazione del Sudafrica post-apartheid. L’organo, costituito con l’obiettivo di «impedire le ripetizioni degli errori del passato», è una novità assoluta nel mondo arabo e, soprattutto, uno strumento con cui il Palazzo reale si presenta sul proscenio della politica internazione con un volto moderno. Gli errori che la IER intende riportare alla luce sono quelli dell’era buia di Hassan II (1961-1999), padre dell’attuale monarca, contraddistinti da abusi e persecuzioni nei confronti degli oppositori. Contro le audizioni della IER, tuttavia, si sono scagliate molte ONG marocchine, rilevando che questa si limita a protocollare i racconti dei testimoni, senza avere il potere di perseguire legalmente i criminali. A questa operazione di rilettura del passato recente, si accompagnano politiche innovative che incidono sulla vita quotidiana, come la riforma del codice del diritto di famiglia (Mudawana), fortemente voluta da Muhammad VI perché «una società non può sperare nel progresso e nello sviluppo quando la metà dei cittadini non gode della dignità loro conferita dalla nostra santa religione». Il nuovo codice sopprime dal regime matrimoniale il dovere di obbedienza della donna, contempla una normativa più austera sulla poligamia e sul ripudio, riconosce alla donna più garanzie economiche in caso di divorzio. Sul solco di queste aperture in un ramo delicato del mondo islamico come quello del rapporto uomo-donna, il re ha anche allargato le maglie della censura sulla stampa. È stata vista come una piccola rivoluzione la possibilità per i giornali marocchini di condurre inchieste su temi che a lungo sono stati tabù, come l’indagine del settimanale Telquel sul salario del re o il moltiplicarsi di articoli-inchiesta sulla spinosa questione del Sahara occidentale. Alcuni commentatori hanno letto questa successione di brecce aperte nel verticismo del sistema monarchico e islamico come un tributo pagato da Rabat alle buone relazioni internazionali. Tuttavia, questo tributo è stato versato a ragion veduta: il percorso cominciato dal re lungo il cammino della democratizzazione significa accumulare potere non soltanto all’interno della società presentandosi come la parte “progressista” opposta a quella dei gruppi oltranzisti islamici etichettati come “antimoderni”, ma significa soprattutto far pesare la propria posizione su questioni di vitale importanza come il Sahara occidentale o il rafforzamento delle relazioni economiche con i paesi ricchi. La salus monarchiae emerge, pertanto, come inscindibile dalla promozione delle libertà civili fatta dalla corona negli ultimi mesi, benché ampie zone oscure, come la pratica delle torture nelle carceri marocchine o i severi vincoli alla libertà di espressione dei cittadini, limitano la portata di questo vento innovatore. L’illuminismo di Muhammad VI, d’altronde, non si è esteso al sistema politico, dove il Parlamento si limita a registrare le decisioni prese nelle camere regie. È da questa considerazione che affiorano due contraddizioni del regime cherifiano: al nuovo attivismo dei cittadini si contrappone un sistema politico ingessato che non vi riesce a dare sostanziazione, dominato dalle clientele dei notabili vicini alle grandi famiglie della corte; e, quel che appare peggio per la sicurezza interna, il dinamismo della società porta con sé inevitabilmente un duro contraccolpo, consistente nell’espansione dei movimenti islamici estremisti, soprattutto di Al-Adl-wal-Ihsan (Giustizia e Benevolenza), il movimento dello sceicco Abdulsalam Yassin. Tra i pericoli maggiori per il Marocco restano, infatti, gli attacchi armati dei gruppi islamici, capaci di spingersi anche nella vicina Europa come è accaduto un anno fa negli attentati di Madrid. Il paese è annoverato da al-Qaida tra le nazioni arabe “apostate” e le fiammate del terrorismo hanno risvolti negativi per l’economia nazionale, rappresentando un fattore di sbarramento per i flussi turistici, voce capitale del bilancio dello Stato. La lotta al terrorismo è la ragione per cui il re ha abbattuto un altro tabù, la nomina a capo del servizio di controspionaggio di un funzionario civile, Muhammad Yasin Mansuri, lo stesso che ha denunciato in un’inchiesta statale come le cellule terroristiche marocchine si finanzino con i proventi del contrabbando di cannabis, di cui lo stato nordafricano è tra i maggiori produttori mondiali con un giro di affari annuale di circa 13 mila miliardi di dollari. Il Marocco è stato, inoltre, la prima tappa del Consiglio Esecutivo per l’Antiterrorismo delle Nazioni Unite (CEAT). Gli esperti dell’ONU sono approdati a Rabat nel marzo di quest’anno con l’intento di valutare l’esecuzione degli obblighi derivanti dalla risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza, adottata dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001 contro gli Stati Uniti. La risoluzione si propone di aumentare gli istituti giuridici e gli organi dei paesi membri dell’ONU creati per combattere e fermare il terrorismo. Le valutazioni del CEAT sul Marocco saranno una parte della relazione finale che verrà redatta dopo la visita degli esperti in altri paesi, ma è innegabile sin da ora che il governo marocchino abbia assunto una linea dura nel contrastare i gruppi terroristici fino ad arrivare a riconoscere ufficialmente un solo partito islamico moderato. Infine, gli sforzi tesi a convogliare un’immagine moderata dell’Islam e del paese hanno portato al lancio sul satellite della prima televisione nazionale con programmi in lingua araba, francese e berbera.

Le debolezze dell’economia marocchina

Il trattato di libero scambio firmato nell’agosto del 2004 con gli Stati Uniti ha consolidato la posizione economica mondiale del Marocco, potendo l’esecutivo manovrare con successo due leve importanti quali le esportazioni verso un mercato ampio come quello americano e il potenziale flusso di investimenti esteri provenienti da Washington. Il trattato avrebbe dovuto dare un primo colpo al tasso di disoccupazione, che, però, permane su livelli molto alti (19%). In più, i primi riflessi negativi del trattato si sono riversati sull’industria farmaceutica nazionale che ha prontamente lanciato un grido di allarme. Infatti, il trattato contempla clausole di salvaguardia della proprietà intellettuale e impone vincoli ferrei per i beni protetti da brevetto. L’industria farmaceutica marocchina, che vanta una tradizione di 30 anni con oltre 30 mila dipendenti, produce l’80% del fabbisogno interno ed esporta farmaci generici in tutti i paesi africani a prezzi ridotti rispetto a quelli imposti dalle multinazionali del farmaco. Inoltre, l’inarrestabile deprezzamento della valuta nazionale, soprattutto nei confronti dell’eurozona (laddove si concentrano i maggiori acquirenti dei prodotti marocchini, come Spagna, Francia, Germania e Italia) favorisce da un lato la domanda di beni di produzione interna, ampliando così l’offerta e l’appeal commerciale dei prodotti marocchini, ma dall’altro lato, in concomitanza con il rafforzamento del dollaro sul dirham, ha negative ripercussioni sulla bilancia commerciale. Ciò in considerazione fondamentalmente del fatto che il Marocco esporta beni derivanti da una filiera produttiva di medio-bassa complessità, mentre importa notevoli quantità di beni che richiedono un processo di lavorazione più complesso e, quindi, più costoso. Questa peculiarità del sistema economico-produttivo del Marocco ha forti ricadute sulla bilancia commerciale, il cui deficit si gonfia inarrestabilmente di anno in anno. Quel che manca al paese è una rete di tecnologie che possa puntellare lo slancio economico che nel 2004 ha segnato un incremento del Pil pari al 4%. In questa direzione si è mosso agli inizi di marzo il governo, che è riuscito ad ottenere considerevoli finanziamenti da parte della Banca Africana per lo Sviluppo (BAS) in un settore, come quello energetico, in cui il Marocco è costretto a incrementare le importazioni di energia dall’estero. Il progetto approvato dalla BAS, che ammonta a 136 milioni di dollari, consiste nella costruzione di una grande centrale termosolare ad Ain Beni Mathar allo scopo di soddisfare la crescente domanda interna di energia e di garantire l’approvvigionamento dei centri urbani. Questo progetto è stato pensato soprattutto per diminuire l’importazione di energia da altri paesi e abbattere, così, i costi che gravano sulla bilancia dei pagamenti. Non è questo il primo progetto che la BAS finanzia a favore di Rabat, dato che altri 9 se ne contano sempre nel settore energetico per un totale di 262 milioni di dollari, a dimostrazione di come il Marocco si avvalga delle possibilità offerte dalle organizzazioni internazionali africane per assicurarsi il proprio sviluppo.


Conclusioni

Sospeso tra progresso e conservatorismo, tra aperture e censure, il Marocco sta attraversando una delicata transizione controllata dal Palazzo reale. L’intento del re di riconoscere maggiori libertà ai suoi sudditi potrebbe sortire l’effetto contrario di far alzare violentemente la testa a una società civile annichilita dal regime del padre e stanca di dover subire ancora le limitazioni imposte da una forma di Stato accentrata e oligarchica. Le audizioni della IER hanno innescato un meccanismo di riflessione nazionale e risveglio democratico. Forse per questo le ultime sessioni non sono state trasmesse in diretta tv, a riprova che Muhammad VI, nonostante l’illuminismo del suo regno, non osa andare oltre le strettoie del regime monarchico.


* Tratto dal sito Equilibri.net


Articolo ripubblicato da Arab.it in data 09 aprile 2005

 


 
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